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Rappresentazione visiva dell'articolo: Emozioni in portafoglio, una guida pratica alla finanza comportamentale

Autore: Banca Widiba

Data di pubblicazione: 24 febbraio 2026

Emozioni in portafoglio, una guida pratica alla finanza comportamentale

Gli ultimi anni hanno ricordato a tutti una lezione semplice: l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Per questo è importante non farsi mai trovare impreparati. Dalla pandemia ai più recenti shock geopolitici, fino ad arrivare ai cambiamenti di politica economica e commerciale, i mercati hanno attraversato fasi di forte incertezza e volatilità, mostrando però, in molti casi, anche una notevole capacità di assorbire i “colpi”.


Per gli investitori il grande scoglio è sempre quello di gestire le proprie emozioni e non farsi prendere dal panico o fare scelte affrettate di fronte a situazioni impossibili da prevedere.

In fondo le scelte finanziarie non si legano solo ai numeri e al denaro, ma sono il risultato di abitudini, emozioni, “scorciatoie” mentali che possono influenzare in modo significativo le strategie di investimento. Ed è qui che entra in gioco la finanza comportamentale, sempre più centrale nella formazione e nella quotidianità dei consulenti finanziari.

Che cos’è la finanza comportamentale

Si tratta di una disciplina a metà strada tra la finanza e la psicologia che studia il modo in cui le cosiddette “dinamiche cognitive” possono influenzare le decisioni finanziarie. Nel 1979, la pubblicazione del testo “Prospect theory: Decision Making Under Risk”, scritto dagli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky ha contribuito a riportare la psicologia - fino a quel momento messa da parte - nelle discussioni finanziarie. La loro teoria analizza tutte le possibili anomalie che possono insorgere in un processo decisionale economico per effetto dell’irrazionalità e dell’emotività.


Gli studi di finanza comportamentale, in particolare, si sviluppano su tre osservazioni principali:

1. La cosiddetta euristica, una branca dell'epistemologia, che, relazionata all’economia, motiva quelle scelte fatte da un individuo in modo irrazionale, non derivate da una logica o da un ragionamento sistematico;

2. Il modo in cui un problema o una decisione vengono presentati a un individuo possono influenzarne le successive azioni o scelte (inquadramento o framing effect);

3. Le inefficienze o “anomalie” di mercato che possono innescare valutazioni errate e processi decisionali non razionali per gli investitori.

I bias cognitivi: cosa sono e come riconoscerli

È tra le euristiche che trovano spazio i cosiddetti bias comportamentali. Vale a dire delle distorsioni che emergono soprattutto in situazioni in cui è necessario dare un giudizio o una valutazione su un problema o una situazione complessa, con conseguenze perlopiù negative.

Esistono due tipologie di bias: cognitivi ed emozionali. I primi identificano una modalità (spesso errata) di ragionare; i secondi, invece, come si evince dal nome, si riferiscono al “peso” e al ruolo delle emozioni in un processo decisionale.

I più comuni tra chi investe (e come si manifestano)

Quando questi bias entrano nella finanza e nelle strategie di investimento le conseguenze possono essere molteplici. Nello specifico, alcuni meritano una particolare attenzione.


L’overconfidence bias che si lega all’eccessivo ottimismo o fiducia nelle proprie capacità. L’investitore si sente sicuro di sé e questa sicurezza lo spinge, per esempio, a fare previsioni sull’andamento dei mercati - senza averne le competenze - o a sovrappesare un settore rispetto a un altro in portafoglio. Tutto per “colpa” delle proprie convinzioni che, il più delle volte, si rivelano sbagliate.


Uno dei timori più grandi per l’investitore è quello di perdere guadagno e rendimento. La motivazione a evitare una perdita (loss aversion bias) spesso è tanto forte da spingere chi investe a compiere scelte affrettate e poco razionali. Ma anche l’emozione contraria può giocare brutti scherzi: la voglia di guadagnare tanto e subito spesso invoglia l’investitore a prendere rischi eccessivi per guadagni che poi tardano ad arrivare o, in alcuni casi, non arrivano mai.


C’è poi l’herding bias, tra le distorsioni cognitive più comuni. Chiamato anche “effetto gregge”, questo bias è legato all’incapacità dell’investitore di pensare con la propria testa contrapposta alla facilità con cui sceglie di seguire la massa e fare quello che fanno gli altri. Ma nel contesto finanziario - così come nella vita di tutti i giorni - una scelta non deve per forza ritenersi valida solo perché la prendono tutti.


L’home bias è quello che spinge l’investitore a rimanere nella propria comfort zone, scegliendo di investire in asset, settori, Paesi con cui ha una certa familiarità o un’esperienza diretta. Questa limitazione può diventare deleteria, ancor di più in un momento storico in cui la diversificazione in portafoglio è sempre più necessaria.


E, infine, l’hindsight bias, il cosiddetto bias del “senno di poi” e la regret aversion. Il primo genera un eccesso di fiducia nella propria capacità di prevedere gli avvenimenti futuri, sulla base di esperienze passate. Il secondo, nasce dal rimpianto di aver perso occasioni preziose a causa di scelte errate. Un comportamento che può dar vita a un circolo vizioso in cui l’investitore si trova quasi paralizzato, incapace di scegliere per il timore di nuove delusioni.

Come ridurre l’impatto dei bias: un approccio di metodo

Se da un lato è molto complesso evitare che le emozioni entrino, quasi di soppiatto, nelle strategie di investimento, dall’altro lato può essere d’aiuto imparare a placare e a gestirle. Il punto, quindi, non è eliminarle del tutto ma renderle meno determinanti. Per farlo, può essere utile utilizzare un metodo preciso, ma anche affidarsi a una guida esperta.


In primo luogo, quando si investe è sempre importante fissare degli obiettivi chiari e ben definiti. Sembra scontato, ma sapere ciò che si vuole aiuta a non farsi distrarre e ad andare dritti per la propria strada.


Un altro alleato degli investitori è il tempo. Scegliere un orizzonte di lungo periodo, permette di lavorare sulla propria maturità e sulla capacità di riflettere, evitando l’impulsività delle scelte affrettate dopo uno “shock” o un imprevisto sui mercati.


In ultimo, trasformare i propri errori in lezioni e non rimpianti. Non sempre è possibile “recuperare” ciò che è accaduto, ma si può imparare a riconoscere i meccanismi che hanno portato a una scelta e a correggerli in futuro.

Il valore della consulenza e della formazione

Prendere coscienza di questi bias è il primo passo per poterli combattere, ma non è tutto. Perché un grande aiuto può arrivare anche da una figura esperta e capace di gestire, assieme all’investitore, un carico emotivo piuttosto importante: il consulente finanziario.


In veste di guida il consulente ha, in un primo momento, il compito di educare il proprio cliente agli effetti dell’emotività in un processo di investimento, usando dati, numeri ed esempi concreti e spiegando tutto nel modo più chiaro e semplice possibile. La formazione è quindi fondamentale sia, per il consulente, sia per l’investitore. Solo dopo questo allineamento, si dà il via a questa “collaborazione” che diventerà sempre più solida e duratura nel tempo.

Ma le emozioni, così come i bisogni, cambiano da individuo a individuo. Per questo il consulente deve sempre prestare attenzione a un altro aspetto importantissimo: la personalizzazione del servizio offerto.


Una strategia di investimento personalizzata che tiene conto dei bisogni, degli obiettivi, della tolleranza al rischio, degli eventuali bias che mettono in difficoltà l’investitore è la chiave per consolidare la relazione con il proprio cliente e restargli sempre accanto, anche nei momenti più difficili.

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